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Risk Manager: tra il dire e il fare

5 giugno 2010

Mi occupo di Risk Management da una quindicina di anni, con una specializzazione in materia assicurativa. Quindici anni fa i colleghi “anziani” lamentavano una scarsa diffusione del Risk Management in Italia. A distanza di quindici anni la situazione non è cambiata. Che cosa continua a non funzionare?

I più rilevano una insufficiente diffusione della cultura del rischio tra gli imprenditori. Ma questa spiegazione, probabilmente vera, non ha aiutato, almeno fino ad ora, a risolvere il problema, e il R.M. continua ad essere percepito, nell’immaginario collettivo, come qualcosa di bello e interessante ma accessorio ed eventuale. Mentre dovrebbe essere chiaro a tutti, oramai, che un approccio ai problemi fondato sul Risk Management potrebbe evitare un mucchio di guai, dai danni all’ambiente alle catastrofi finanziarie.

Proviamo allora a formulare un’ipotesi differente: e se la scarsa diffusione del R.M. dipendesse da una incoerenza di fondo tra pensiero ed azione? A volte ho l’impressione che molti se la cavino piuttosto bene quando si tratta di parlare di R.M. ma al momento di passare alla pratica si blocchino. Dissertazioni (più o meno) intelligenti in occasione di convegni, ampio uso di inglesismi e sfoggio di qualifiche altisonanti fanno certamente colpo sulla platea. Quasi mai però chi ascolta ha capito che cosa significa “fare” il Risk Manager in azienda. Non sarebbe meglio, allora, teorizzare un pò meno e cercare di spiegare agli interessati “come si fa”? Certo questa soluzione presuppone che chi deve spiegare, in primo luogo, “sappia fare”, e in secondo luogo, non abbia troppa paura che chi ascolta “impari a fare” meglio di lui.

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8 commenti
  1. Giuseppe Rancati permalink

    L’idea, da recuperare, è che i confini della standardizzazione dei contenuti e della riduzione di tutto a processo informatico, siano troppo angusti per la crescita di una cultura di impresa al passo coi tempi, anche nell’ambito della gestione del rischio.

    Auguri, per una sfida gigantesca.

    Giuseppe Rancati

  2. Sono d’accordo. Anche perché temo che con l’accelerazione dei processi consentita dalle procedure informatiche si faccia poca cultura. La cultura e’ soprattutto riflessione, e la riflessione si fa attraverso la lettura di un libro o la formazione in aula o la discussione.

  3. Luigi Maccaferro permalink

    E se dipendesse…. dalla mancanza di una strategia di marketing orientata al mercato e modulata in funzione della forte domanda di riequilibrio della asimmetria informativa ?

  4. bruno rossi permalink

    se si fosse fatta un’analisi di RM oggi Obama non doveva minacciare di dare “un calcio in culo” a qualcuno….

    Complimenti per l’ottima iniziativa e augurissimi

  5. Stefania Cappellari permalink

    La mia impressione è che in ambito assicurativo non ci sia una percorso formativo/tecnico istituzionale, il tutto viene lasciato al libero mercato…. a discapito anche del R.M..
    Potremmo proporre di inserire l’ASSICURAZIONE come materiale scolastica come la tecnica bancaria o l’economia aziendale… cosa dice?

  6. In realtà la formazione professionale assicurativa non solo esiste ma e’ addirittura obbligatoria per gli intermediari. Poi bisogna dire che l’obbligo si riferisce a trenta ore di formazione annuale, che sono gia’ poche. Di queste quindici possono essere fatte in autoformazione, il che equivale a non farle. Le altre quindici possono essere fatte in videoconferenza, cioè senza l’obbligo di presenziare in aula, senza l’obbligo di capire e quindi senza l’obbligo di imparare nulla!
    Se l’assicurazione diventasse materia di studio obbligatoria nelle scuole (adesso e’ facoltativa) credo che gli assicuratori si ribellerebbero. Troppi assicurati informati diventerebbero scomodi per il sistema assicurativo che continua a fondare le sue fortune su di un deficit cognitivo in capo al cliente.

  7. Sono d’accordo per la maggior parte del pensiero espresso da Filippo. Aggiungo una mia considerazione; fermo il concetto che chi incomincia ad usufruire delle logiche del RM anche in modo parziale, nella maggior parte dei casi ne capisce e ne ottiene dei vantaggi allora la diffusione può e deve diventare “capillare” per creare un’accelerazione di sistema. Tante più aziende e singoli quindi ne verranno in contatto tanto più il RM prenderà il posto che gli compete. Per fare questo la mia idea strettamente personale è che bisogna “sdoganare” l’attività da pesanti limiti non solo culturali. Di fatto bisogna che il Risk Management si ponga l’obiettivo della diffusione o “disseminazione” andando incontro anche a dei compromessi. L’importante in assoluto è l’etica di coloro che si dedicano al RM che deve essere cristallina! Comunque penso che possa essere una buona iniziativa soprattutto per la proposizione come “centro studi”

  8. Ok Marco per una diffusione più capillare del risk management.
    Ma non mi e’ chiaro come si conciliano i compromessi e l’etica cristallina.

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